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In questo scritto del 1957,  Chiara Lubich ci fa dono di una “perla preziosa”.  Ci svela il perché di una vita, concentrata in una  sola parola dalle infinite sfumature: “amore”.

Quando si parla d’amore, Signore, forse gli uomini pensano ad una cosa sempre uguale.  
Ma quanto è vario l’amore!  
Ricordo che quando t’ho incontrato non mi preoccupavo d’amarti. Forse perché eri tu che mi hai incontrata e tu stesso pensavi a riempire il mio cuore. Ricordo che alle volte ero tutta fiamma, anche se il fardello della mia umanità mi dava noia e avevo l’impressione di trascinare un peso. Allora, già d’allora, per grazia tua, capivo un po’ chi ero io e chi tu, e vedevo quella fiamma come un dono tuo.  
Poi mi hai indicato una via per trovarti. «Sotto la croce, sotto ogni croce – mi dicevi – ci sono io. Abbracciala e mi troverai».  

Me l’hai detto molte volte e non ricordo le argomentazioni che adducevi. So che mi hai convinta.  
Allora, al sopravvenire di ogni dolore, pensavo a te, e con la volontà ti dicevo il mio sì... Ma la croce restava: il buio che incupiva l’anima, lo strazio che la dilaniava, o altro... quante sono le croci della vita!  
Ma tu, più tardi, mi hai insegnato ad amarti nel fratello e allora, incontrato il dolore, non mi fermavo ad esso, ma, accettatolo, pensavo a chi mi stava accanto, dimentica di me. E dopo pochi istanti, tornata in me, trovavo il mio dolore dileguato.  
Così per anni e anni: ginnastica continua della croce, ascetica dell’amore. Sono passate tante prove e tu lo sai: tu che conti i capelli del mio capo, le hai annoverate nel tuo cuore.  
Ora l’amore è un altro: non è solo volontà.  
Lo sapevo che Dio è Amore, ma non lo credevo così.

La dottrina spirituale, nuova edizione aggiornata e ampliata, Città Nuova, Roma  2006, p. 103.

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