Roma, 30 aprile 1960

Quando il mondo con la sua superficialità ci toglie il respiro e la vita con i suoi pesi e le sue prove prende il sopravvento, ci prende la voglia di mollare. E' lì che nasce la speranza in Colui nel quale "si può sperare contro ogni speranza"

Non c’è da cercare tanto lontano per trovare rimedio e soluzione ai fumi che ammorbano l’aria del mondo.
Il Vangelo è la salute eterna e chi in nome di esso e per esso pur muore scomparendo, anche ai giorni nostri, ignorato forse da tutti, vive.
Egli, perché ha amato e perdonato e difeso e non ha ceduto, è un vittorioso e tale viene accolto nei padiglioni eterni.

Ma il Vangelo non ha da essere solo la norma della nostra morte; dev’essere il pane quotidiano della nostra vita.
Passando per le vie di città tradizionalmente cattoliche, vien spesso da dubitare della fede di molti. Del resto noi sappiamo quanti anche nella nostra Italia cattolica abbiano perso il senso di Dio.
E questo lo si vede, lo si sente e lo si sa: e cinema e teatri, televisione e moda, pittura e musica e giornali lo manifestano.
Alle volte certe situazioni mozzano il fiato e un senso di scoraggiamento ci prenderebbe al vedere coi grandi gli innocenti immersi in un mondo tanto poco cristiano... Ma allora la fede, se vive ancora nel nostro cuore, ci suggerisce una parola di Gesù, di quelle eterne: e tu resti lì convinto e illuminato.
Sicuro soprattutto che quella sua parola ha l’attualità di sempre. E nasce in cuore la speranza che, nutrendoci di essa, non solo il nostro animo acquisterà la pace, ma che con essa e per essa potremo passare dalla difesa all’offesa contro il male che ci circonda, per il bene di quanti amiamo e vogliamo salvi.
«Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo!» (Gv 16, 33).
Quando o la noia, o la svogliatezza, o la ribellione minacciano di indebolire l’anima nostra nell’adempimento della divina volontà, dobbiamo superarci. Con Gesù è possibile che l’«uomo nuovo» viva costantemente in noi, e i vapori di fumo del mondo che imbrigliano l’anima nostra si dilegueranno.
Quando l’antipatia e l’odio ci farebbero giudicare o detestare un nostro fratello, dobbiamo lasciar vivere Cristo in noi e, amando, non giudicando, perdonando, vinceremo.
E quando ci pesano in animo situazioni che da anni si protraggono nella famiglia, nella comunità di lavoro: piccole o grandi diffidenze, gelosie, invidie, tirannie, dobbiamo svolgere la funzione di pacieri e mediatori fra le parti avverse e ricomporre l’unità tra i fratelli in nome di Gesù, che portò questa idea in terra come la verità, gemma del suo Vangelo.
E se un mondo, come quello politico o sociale, incallito da passioni, da carrierismi, svilito di ideali, di giustizia e di speranza, ci circonda, non sentiamoci soffocare. Dobbiamo confidare e non abbandonare soprattutto il nostro posto e il nostro impegno: con Uno che ha vinto sulla morte si può sperare contro ogni speranza.

(Da: ScrSp/1, pp. 150-151)

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