Roma, 1950

«In patientia vestra possidebitis animas vestras» (Lc 21, 19)1.
Con questa parola Gesù c’insegna a vivere bene il momento presente della nostra vita: a viverlo in profondità, con perfezione, compiutamente. E questo conta nel cristianesimo: compiere bene le cose.
Infatti: «Chi bene comincia è alla metà dell’opera», è proverbio della sapienza umana, buono quindi, ma non fatto per tutti. Invece: «Chi avrà perseverato sino alla fine, questi sarà salvo» (Mt 10, 22) è della Sapienza divina.

Il Signore sa che l’inizio di tutti gli uomini, tranne Maria, è un cattivo inizio, per il peccato originale. Non per nulla egli si è fatto uomo per salvarci. Dunque, ciò che importa è finir bene: allenarsi per quell’attimo da cui dipende l’eternità.
Egli ci insegna a condur bene le nostre cose, ad applicarci a tutto ciò che dobbiamo fare nella vita, con quell’amore paziente che sa patir bene, che tiene vivo in noi il controllo della nostra anima, tanto da possederla.
Nella nostra anima è Dio, e noi, possedendola, essendone padroni sempre nella nostra vita presente, custodiamo in noi – fatti tabernacolo – Dio presente in essa.
Questa parola di vita ci aiuta a ricordare e vivere la presenza di Dio in noi. Ciò direttamente quando si prega, si medita, si è soli. Indirettamente quando si vive una volontà di Dio che ci fa prestare tutte le nostre attenzioni fuori di noi, come quando c’è un fratello da amare o un lavoro da espletare.
Molte volte lo stare fra gli uomini e l’immergere le nostre facoltà in lavori, come lo studio, l’impiego, ecc., disturba l’intimità nostra con Dio e non sentiamo la sua pace e quella dolcezza che dà la presenza di Dio.
Anche quando abbiamo iniziato un lavoro per lui o siamo a contatto con persone religiose, dopo un po’ di tempo ci troviamo distratti e l’io ha preso il posto di Gesù in noi al punto che un qualsiasi mutamento della volontà di Dio su di noi costa, e lo stesso lavoro in cui siamo immersi ci annoia.
Tutto ciò dipende dal fatto che abbiamo perduto il controllo della nostra anima, il possesso. E ciò perché non abbiamo saputo avere la pazienza con la quale si possiede l’anima. Vivendo questa parola la nostra vita muta: cadono parole inutili, tutto si ordina in noi e attorno a noi, il lavoro risulta moltiplicato, s’acquista la pace stabile, non si commettono omissioni, si ascolta la voce di Dio, si impedisce un susseguirsi di atti umani anziché soprannaturali che svuotano l’anima e spengono la luce, l’anima è costantemente illuminata da Dio.
Dato che questa parola soprattutto parla di raccoglimento, e ci concentra nel pensiero di possedere l’anima nostra, può esser mal interpretata – non presa nel senso di Gesù – da chi, raccogliendosi con un amore eccessivo alla propria anima in confronto all’altrui, al contatto con il prossimo si mantiene chiuso, spento e ammutolito. Vuol dire che c’è qualche attaccamento a sé e poco amore per l’Amore che in noi ci spinge sempre ad amare.
In queste anime si scorge alcunché di artificioso e di morto. Questa, come tutte le parole di Gesù, vuole l’equilibrio in noi: che non si ecceda né in un senso né nell’altro.
Ogni eccesso non permette a Gesù di manifestarsi in noi.
L’anima che ama bene – e che mette in pratica perciò le sue parole – è quella che sa dove Dio è: se è in una volontà di Dio esterna, come ad esempio in un lavoro, si getta tutta in quel lavoro per essere la sua volontà viva. Ma non dimentica che lo tiene nell’anima e sta in ogni fratello. Sa inoltre che Dio è presente dovunque e che sempre la guarda. E pur essendo proiettata in quella divina volontà ove principalmente Dio la vuole, lo ama dovunque e sa lasciarlo da una parte, se la Volontà di Dio muta, per incontrarlo nell’altra.
E si può amare contemporaneamente Dio in noi e Dio fuori di noi. Basta pensare all’amore materno, tanto bello, ma pure limitato; e pur esso è tale che permette a una mamma di amare tutti i suoi bambini anche mentre sta accudendo a uno solo.
L’amore soprannaturale in noi deve avere l’altezza, la larghezza, la profondità, l’universalità, la particolarità dell’amore di Dio. «Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi».
Il nostro equilibrio non è quiete soltanto, né moto soltanto, né miscuglio dei due. È da paragonarsi a una corda tesa e tirata da ambo le parti da uguali forze. Se uno per impazienza trascura la presenza di Dio dentro la sua anima, la sua vita – anche se appare carità fraterna – è una carità frivola, leggera, superficiale e pericolosa, perché non poggia sulla Roccia: non è quindi carità. Quest’anima appare come una trottola. Se invece una persona è rattrappita su se stessa, senza l’amore, è morta.
L’anima che ha il vero amore è come Maria, la Mamma celeste, tutta presa dal suo Dio, dal solo Dio, che trovò in sé nel raccoglimento della sua vita prima dell’Annunciazione, nella volontà di Dio manifestata dall’angelo, in Gesù Bambino, nella Croce, in san Giovanni, nel richiamo lassù all’Assunzione. Dio tutto per lei, perché sempre possedette l’anima sua con la pazienza.

Chiara Lubich

1 Per questo suo commento di Lc 21, 19, risalente agli anni cinquanta, Chiara Lubich ha ripreso il testo della Vulgata che, tradotto letteralmente, significa: «Con la vostra pazienza possederete le vostre anime». L’attuale traduzione della CEI è: «Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» [N.d.C.].

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