19 ottobre 1970

Oggi nella società dei consumi solo una cosa si vuol risparmiare: il tempo.
Se guardiamo attorno la pubblicità, se ascoltiamo la radio, se seguiamo la televisione, parole frequenti sono quelle che dicono: "pronto", "ecco", "presto", "subito", "in due minuti...".

Anche la cultura e la pittura usano pochi tocchi, poveri mezzi, ma soprattutto operano in fretta là dove, nei secoli scorsi, l'arte esigeva tempo, molto tempo...

Attraversiamo l'anno prima una radura, un prato incolto ai confini della città. Vi ripassiamo l'anno dopo ed ammiriamo una fioritura di case, di grandi case.
Scompaiono in pochi mesi, senza che ci accorgiamo, vie usate per decenni e vi troviamo autostrade magnifiche...
Tutto si fa con celerità e molto è prefabbricato.
Non parliamo delle comunicazioni, che avvicinano persone, le più lontane, facendo risparmiare con ciò giornate di viaggio.
Anche gli animi aperti alle cose più sublimi, anche i cristiani attenti ed attratti dai misteri inafferrabili non possono non sentire l'influenza di questo nuovo ritmo in cui si è avviata l'umanità, specie più progredita.
Risultano anacronistiche per i più le ore trascorse in solitarie contemplazioni, in prolungate meditazioni.
Si preferisce trovar formule brevi, ma sicure, per raggiungere lo scopo che in questo caso è niente meno... l'unione con Dio.
E' in tale clima, in questo contesto, che mi pare di grande attualità una frase, provata certo dall'esperienza e attribuita a san Bonaventura nella quale si afferma che va più avanti nella via di Dio un'anima in quaranta giorni se non si ferma mai, che un'altra in quarant'anni, anche chiusa in un convento, con tutti gli aiuti per essere perfetta, se ogni tanto si ferma "nelle valli delle imperfezioni e dei peccati veniali".

Non può non lasciare impressionati un'affermazione del genere, non può non mettere in ognuno di noi una certa carica di entusiasmo.
Non può non farci porre la domanda: ma come si fa a non fermarsi nelle imperfezioni e nei peccati veniali?
La risposta sembra evidente: cercando costantemente la perfezione.
Ma in che consiste la perfezione?
Lo sappiamo da Cristo: nell'amore, perché chi ama non pecca; nell'amore verso Dio, che trova la sua concretezza in quello verso il prossimo.
E' con la carità verso i nostri fratelli che si passa di continuo dalla morte alla vita, che si rimane nella vita, la quale è garanzia della vita che non avrà fine.
Oggi in cui tutto il mondo sta avviandosi verso un umanesimo di nuovo conio, che trova le più varie sfumature nelle diverse ideologie ed affascina masse e singoli, l'imperativo cristiano della carità appare di estrema attualità: un umanesimo dove l'uomo guarda l'uomo, e il popolo l'altro popolo attraverso la lente trasfigurante della persona del Cristo.
Il Concilio stesso ha preso coscienza del posto nuovo che sta assumendo l'uomo nel concetto della società moderna e riafferma che "la legge fondamentale dell'umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità. Coloro pertanto che credono alla carità divina, sono da Cristo resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini e che gli sforzi intesi a realizzare la carità universale non sono vani".

Papa Paolo commentando questo passo ha detto: "La Chiesa tende ad avvalorare l'uomo, a rispettarlo, a dargli coscienza della sua grandezza; non lo umilia, ma lo esalta, non lo narcotizza, ma lo risveglia al senso della sua dignità, non lo disprezza mai - e come potrebbe? - ma lo stima e lo ama, si china verso di lui, lo abbraccia e gli trasfonde quasi il proprio cuore, come Gesù che lavò i piedi agli apostoli, come i santi che seppero abbracciare i lebbrosi e gli infermi. La carità si situa luminosamente nel ruolo, a cui la Chiesa è chiamata di portare l'uomo al suo pieno sviluppo..."
I santi videro sempre dritto in questo argomento.
Sono infatti arrivati al vertice della perfezione perché hanno amato il prossimo.
Sta scritto della vergine senese: "... ma Caterina pensava che non basta dare quanto siamo richiesti e non basta non stornare l'orecchio da quelli che ci supplicano: cominciò quindi a mettersi alla ricerca degli indigenti. Mentre tutti dormivano andava a deporre alla loro porta pane, un fiasco di vino e un sacchetto di farina o un cestino d'uova. Come un tempo s. Nicolò da Bari. E poi scappava via in fretta senza che nessuno se ne fosse accorto.,.".
La stessa Teresa d'Avila, contemplativa per eccellenza, affermava: "... il Signore vuole opere. Vuole per esempio che non ti curi di perdere quella devozione per consolare un'ammalata a cui vedi di poter essere di sollievo facendo tua la sua sofferenza, digiunando tu, se occorre, per dare a lei da mangiare... Ecco in che consiste la vera unione con il voler di Dio!"

E uomini vicinissimi al cristianesimo non poterono avere visione diversa. Molto bello quanto Gandhi afferma nel suo libro "Antiche come le montagne": "... se amiamo coloro che ci amano questa non è non violenza. Non violenza è amare coloro che ci odiano. So quanto sia difficile seguire questa sublime legge dell'amore. Ma le cose grandi e buone non sono tutte difficili? L'amore per il nemico è la più difficile di tutte. Ma con la grazia di Dio anche questa cosa difficilissima diventa facile a farsi, se lo vogliamo...".
"... la regola d'oro è di essere amici del mondo e di considerare una tutta la famiglia umana. Chi distingue tra i fedeli della propria religione e quelli di un'altra, diseduca i membri della propria e apre la via al rifiuto e all'irreligione".

Se oggi anche il pensiero di chi non crede in Dio, incide molto su popoli giovani e spesso inesperti, è perché presenta un certo quale amore verso gli uomini.
Certamente vale per questi la parola della "Populorum progressio", umanesimo sì "ma aperto verso l'assoluto". Altrimenti l'Apostolo ammonirebbe: "a nulla giova".
Molto opportunamente Paolo VI precisa: il precetto della carità cristiana contiene in sé sviluppi potenziali che nessuna filantropia, che nessuna sociologia potrà mai uguagliare. Ed, esaminando la nostra carità, continua: "la carità è ancora contratta e racchiusa entro confini di costumi, di interessi, di egoismi che dovranno, noi crediamo, esser dilatati".
Vien logico allora trarre una conclusione: è urgente trasformare tutti i nostri rapporti coi fratelli, genitori, parenti, colleghi, conoscenti, uomini di tutto il mondo in rapporti cristiani. E spinti e illuminati dall'amore, dar origine ad opere individuali e sociali, ricordando che, se un bicchier d'acqua avrà la ricompensa, un ospedale, una scuola, un orfanatrofio, un istituto di rieducazione e così via, fatti come mezzi per esprimere la nostra carità, ci prepareranno ad un esame finale della vita brillante.
Dio infatti ci chiederà:
"Avevo fame nel tuo marito, nei tuoi figli, come nelle popolazioni dell'India e tu, vedendo me in essi, mi hai dato da mangiare.
"Avevo sete, ero ignudo nei tuoi piccoli ogni mattina, come nei tuoi fratelli di molte nazioni, in cui le condizioni di vita sono disumane, e tu, vedendo sempre me in tutti, mi hai rivestito con quanto avevi.
"Ero orfano, affamato, malato nel bimbo del tuo quartiere come nelle popolazioni del Pakistan travolte dal cataclisma e minacciate dal colera, e tu hai fatto ogni sforzo per soccorrermi.
"Hai sopportato la suocera o la moglie nervosa, come i tuoi operai minacciosi o il tuo datore di lavoro ancor poco comprensivo, perché sei convinto che una perfetta giustizia sociale non ci sarà se non fiorita da una carità sociale; e questo l'hai fatto perché hai visto me in tutti.
"Hai visitato il parente carcerato, hai pregato e portato un possibile soccorso a coloro che vivono oppressi e violentati nell'intimo dello spirito'..."
Allora noi attoniti lasceremo uscire dal nostro labbro una sola parola: grazie. Grazie, mio Dio, di averci aperto in terra una via, la direttissima, la più breve per giungere presto e dritti alla celeste destinazione.

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