Roma, 1961

Una riflessione sull’arte e sull’artista.

La finalità dell’arte è un po’ oscura, quasi misteriosa, forse semplicemente sconosciuta, certamente non occupa il solo raziocinio.
L’arte, al pari della scienza, comunque ha sempre dato le sue più o meno belle manifestazioni, perché la fantasia, che ne è madre e generatrice, è un talento e una dote magnifica dell’uomo come la memoria, l’affettività, il raziocinio, e anch’essa fiorì in opere; in “opere d’arte”, anche spontaneamente.

L’artista vero è un grande: tutti lo dicono anche se pochi sono i critici d’arte, ma in tutti v’è l’ammirazione ed il fascino del “bello”. L’artista s’avvicina in certo modo al Creatore.
Il vero artista possiede la sua tecnica quasi inconsciamente e si serve dei colori, delle note, della pietra, come noi ci serviamo delle gambe per camminare. Il punto di concentramento dell’artista è nella sua anima, dove contempla un’impressione, un’idea, che egli vuole esprimere fuori di sé.

Per cui, negli infiniti limiti della sua piccolezza di uomo a confronto di Dio, e quindi nella infinita diversità delle due cose “create” (passi la parola), l’artista è in certo modo uno che ricrea, crea nuovamente: e una vera “ricreazione” per l’uomo potrebbero essere i capolavori d’arte che altri uomini hanno prodotto.

Purtroppo, per mancanza di veri artisti, l’uomo si ricrea per lo più in fantasticherie vuote di cinema, teatri, varietà, dove l’arte ha spesso poco posto. L’artista vero ci dà in certo modo con i suoi capolavori, che sono giocattoli di fronte alla natura, capolavoro di Dio, il senso di chi è Dio e ci fa rilevare nella natura l’orma trinitaria del Creatore: la materia, la legge che la informa, quasi vangelo della natura, la vita, quasi conseguenza dell’unità delle prime due.

L’insieme poi è qualcosa che continuando a “vivere” offre l’immagine dell’unità di Dio, del Dio dei viventi. Le opere dei grandi artisti non muoiono e qui è il termometro della loro grandezza, perché l’idea dell’artista s’è espressa in certo modo perfettamente sulla tela o sulla pietra componendo alcunché di vivo. Oggi si lamentano pochi grandi artisti. Il motivo forse è che nel mondo ci sono pochi grandi uomini.
Non si può ad un dato momento lasciar giocare la fantasia staccata dal resto che è nell’uomo: non sarebbe più una dote perché cadrebbe nella vanità. E non si può considerare l’uomo come non è, ma come è: un essere socievole. Per cui non si avrà mai una grande arte universale se non da un artista che ama gli altri uomini e, in primo luogo, Dio.

Ci saranno artisti cui questo praticamente non interessa, ed i loro lavori in certo modo piacciono ad alcuni. L’aver il favore ed il plauso da un gruppo di gente è già buona cosa e denota che qualche dote naturale c’è. Forse all’artista converrebbe ascoltare con mentalità e cuore largo le critiche anche di altri e vedere di rimediare assecondando.

Verrebbe ad essere con ciò, nella sua arte, più espressione dell’uomo che di un uomo. Non sprecherebbe, od userebbe male, tempo e talenti e non si ciberebbe di una gloriuzza passeggera mentre potrebbe, anche dopo la sua morte, rendere un servizio perpetuo (per quanto è possibile) all’uomo e glorificare Dio aiutando a scoprire, coi suoi capolavori, le infinite bellezze del capolavoro di Dio, la creazione, di cui certamente una delle più belle opere è proprio l’anima d’un grande e vero artista.

Chiara Lubich

(Da Pensieri, Città Nuova, Roma 1995, pp. 87-89)

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