giugno 1970

La visita di Papa Francesco a Torino per venerare la Sindone ci riporta alla sua esposizione degli anni 70  quando Chiara scrisse un’editoriale sul giornale Gen. Rispondendo alla  richiesta di sapere di più su Gesù abbandonato, Chiara  indica ai gen l’Uomo della Sindone come modello di Colui che “tutto ha sopportato per amore”.

La rivista francese “Paris Match” ha riportato un lungo articolo su un documento importantissimo che può svelarci qualcosa di Colui che amiamo. 

L’ho letto di fretta, ma mi ha impressionata. 

Durante quest’anno – per desiderio dei gen – ho cercato di parlare di un solo argomento: Gesù crocifisso e abbandonato. 

Vogliamo conoscere quel mistero, vogliamo sviscerarlo. 

Vogliamo vedere e sapere e capire, per quanto possiamo, quello che può essere considerato il vertice della passione di Gesù. 

“Paris Match” riportava uno studio fatto sul lenzuolo – la Sindone – che avvolse il corpo di Gesù quando fu sepolto. È conservato a Torino. Gli studi fatti su questo straordinario pezzo di tessuto fanno pensare che sia veramente autentico. 

Esso rivela qualcosa, anzi molto, di Cristo quando viveva la sua agonia alzato lassù fra terra e cielo. 

È di questo Gesù Uomo che oggi vorrei parlarvi. 

Mi interessa moltissimo, perché è in quelle carni che abitava quell’Anima che attraversò il terribile buio dell’abbandono. 

Il lenzuolo, come dice “Paris Match”, è esso stesso un reportage: porta infatti impressi molti segni del corpo santo di Cristo. Dice che Gesù era un uomo forte e lavoratore: la muscolatura della spalla e del braccio destro e le mani lo stanno a dimostrare. La muscolatura delle gambe dice che era un camminatore: e noi dal Vangelo ne sappiamo qualcosa. 

Terribile fu la sua flagellazione: più di cento colpi dati con un ordine preciso. 

Inchiodato ai piedi, tutto il suo corpo privo di qualsiasi sostegno cadeva in avanti, sorretto soltanto dai chiodi alle mani. 

La corona di spine non fu come sempre la immaginiamo. La presenza di grossi buchi nel capo dice che gli conficcarono in testa un intero casco di spine. 

Il volto, con un occhio tumefatto, non sarebbe insanguinato come il resto del corpo, il che confermerebbe l’episodio della Veronica che conosciamo per tradizione. 

Un ginocchio è leso per una forte caduta. 

Sangue da ogni dove. 

Una spada ha raggiunto il suo cuore, passando dal basso del torace... 

Dolore, dolore, dolore inenarrabile, inconcepibile. 

Tre lunghe eterne ore così, senza sosta, senza perdere la conoscenza mai. 

Ho capito che nessuno al mondo può dire di aver mai sofferto come Lui; e che Lui può dire qualcosa di più, sempre, a chiunque nel mondo sia visitato da qualsiasi sofferenza. 

«Perché Gesù ha sofferto?», mi chiese un giovane coreano giorni fa. 

C’era una rottura da riaggiustare tra Dio e l’uomo. Solo un prezzo come il suo l’avrebbe riparata. 

Oggi sembra che i tempi in cui i cristiani meditano i dolori di Gesù e seguono passo passo la sua salita al Calvario siano pressoché tramontati. Sono senz’altro cadute in disuso alcune pratiche arrugginite dal tempo e svuotate di significato, perché non più espressione di amore vero. 

«Donne, perché piangete sopra di me? Non piangete su di me, ma su voi stesse» (Lc 23, 28), ha ripetuto oggi Gesù a certi cristiani che non comprendono se non la superficie delle cose e portano in sé una pietà pietrificata o quasi, solo sentimentale. 

Ci sono due cose che occorre capire prima di penetrare il misterioso dolore del nostro Amico crocifisso, il vivo fra i vivi, per tutti i secoli. 

Ed è che tutto Egli ha sopportato per amore. 

E che noi dobbiamo rispondere al suo col nostro amore. 

Come? 

Dobbiamo fare di ogni dolore fisico, piccolo o grande, che ci tocca, un dono a Lui per continuare anche in noi, venti secoli dopo, la sua Passione per la salvezza del mondo. 

Egli, infatti, ci ha avvertito: «Se qualcuno vuol venir dietro a me... prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24; Mc 8, 34; Lc 9, 23 ). 

Chiara Lubich

da “gen”, giugno 1970: editoriale 

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