20 aprile 1958

Sfogliando le annate di Città Nuova, il periodico fondato da Chiara Lubich nel 1956, sin dal primo numero è scrigno dei suoi scritti e pensieri spirituali.

Capita di ritrovare intatta in essi l’atmosfera dell’epoca, quasi istantanee di fatti e di notizie di prima mano nei Paesi in cui il Movimento andava mettendo radici.  

Così è dell’editoriale a sua firma (contraddistinta da tre asterischi) del 20 aprile 1958 dal titolo “Gesù all’Expo’ ‘58”. 

Con scrittura incisiva ed efficace, l’autrice tratteggia le impressioni riportate da una visita all’Espo’ di Bruxelles nella primavera di quell’anno.

Ad iniziare dall’Atomium, il simbolo dell’atomo che “sovrastava pressoché tutte le case di Bruxelles, per cui da moltissime parti della città lo si poteva vedere. Dà il timbro all’Expo’ che presenta le scoperte e i prodotti dell’era atomica”. Si era recata in Belgio per la settimana di Pasqua: il Movimento iniziava proprio allora a muovere i suoi primi passi oltre la cerchia delle Alpi, nel cuore dell’Europa.

Si comprende allora la grande impressione suscitata  dalla visita.

Il 17 aprile s'è aperta la mostra internazionale di Bruxelles.  La visitammo giorni fa, quando i padiglioni erano in costruzione e le Nazioni partecipanti non vi avevano ancora introdotto i prodotti della loro terra e le scoperte delle loro scienze.

Comunque potemmo avere un'idea, già dall'esterno, di quello che ora si offre alla vista del pubblico di tutto il mondo.

È qualcosa di colossale.

Le più grandi potenze, i più grandi Stati dei cinque continenti sono andati a gara nello sfoggiare il meglio della loro genialità.

Veramente, vista Bruxelles in questi giorni, si può dire di conoscere molto del progresso moderno.

Il cittadino di qualsiasi Nazione, se ha il senso dell'universalità e amore per l'umanità di oggi, può sentirsi orgoglioso di vivere in questo secolo che - a quanto sembra - può aver poco da invidiare alle grandi epoche storiche e alle più eccelse civiltà.

Simboleggia la mostra e ne fa centro un’enorme struttura, detta "Atomium", composta da nove sfere, lanciate in alto.

L'"Atomium" sovrasta pressoché tutte le case di Bruxelles, per cui, da moltissime parti della città, lo si può vedere. Dà il timbro all'"Expo", che presenta le scoperte e i prodotti dell'era atomica.

Attorno sono stati eretti un gran numero di padiglioni: certuni grandiosi, imponenti, come quello americano, quello russo e quello francese. Certi altri meno, come quello dell'Inghilterra, degli Stati arabi, della Jugoslavia, ecc.

Alla vista di queste costruzioni modernissime, arditissime nelle linee, nei colori, nelle luci, ma spesso composte in un sano e artistico equilibrio, con espressioni architettoniche le più varie, le più strane, non si può non rimanere ammirati.

Si scoprono sotto le forme più impensate, dolci, forti, sottili, trasparenti o robuste, a volte cubiche o sferiche o cilindriche, folcloristiche anche, religiose pure, ma pur sempre nuove, i nuovi geni del nostro secolo.  Sono dei reali capolavori, sconosciuti finora ai più, ed ognuno porta l'impronta del suo popolo, della sua tradizione, del proprio gusto.

Il padiglione, che ha attirato la nostra attenzione però in modo particolare, è stato quello della Santa Sede.  Si erge quasi di fronte a quello sovietico ed accanto a quello americano.

E' denominato "Civitas Dei".

Porta nel cuore una chiesa, improntata a uno stile snello e armonico, forse perché ricco di contenuto, molto elegante e modernissima.  Attorno offre delle sale ad anfiteatro.

Osservando l'intero complesso e, non potendo non confrontarlo con i più grandi colossi della mostra, che gli stanno accanto, si prova una profonda gioia di essere cattolici, non solo per il fatto religioso, ma anche per le linee esterne della costruzione, ardite e originali.

Il padiglione, nelle varie sue parti, ripete un unico motivo altamente significativo: la Chiesa dei pescatori, la Chiesa di Pietro, la Chiesa del Papa.  Infatti il tetto della stessa, come quello di altri stabili, è a mo' di una enorme rete, coi tiranti calati verticalmente, quasi a formare un colonnato che, intramezzato di grandiose bellissime vetrate, funge da parete laterale.

Entrando nella chiesa, in fondo, di contro all'altar maggiore, si osserva infatti il tetto convesso, non simile certo alle nostre volte, che, dal centro verso l'abside, si slancia in una fuga meravigliosa nel punto in cui la rete dovrebbe esser tirata dai pescatori, dopo la pesca.  Questa idea, così geniale e ben espressa, mette nell'animo un senso di elevazione a Dio, quale un volo d'angelo verso il cielo.

Lì sotto s'erge un altare, dove saranno celebrate di continuo delle Sante Messe.

La chiesa, chiusa sul davanti da un frontale alto e snello, che dà l'idea quasi d'un grande scudo in muratura sottile, porta in cima una bella piccola croce e sembra voler dire al mondo, dolcemente e fermamente: "non praevalebunt".

Davanti alla chiesa s'alza un campanile a traliccio, che sostiene trentasei campane, di tutte le dimensioni, rinforzate da un forte numero di altoparlanti.

Da questo sarà diffuso a tutta la cittadella della mostra il richiamo al Signore.

Nelle sale adiacenti, in lingue le più varie, dei sacerdoti diranno alle migliaia di visitatori che cos'è la Chiesa Cattolica.

Gesù vivo, quindi, che continuamente s'immola per tutti, e la parola della verità di un Re che non è di questo mondo, sono le ricchezze esposte a Bruxelles dalla "Città di Dio", mentre accanto, fra il resto, un rompighiaccio atomico, lo Sputnik II, una monumentale statua di Lenin occuperanno il Padiglione sovietico; un teatro gonfiabile e molte espressioni dell'arte moderna e del folklore il padiglione americano.

Sì, Gesù alla mostra di Bruxelles, come un giorno Gesù alle nozze di Cana. Il Figlio dell'Uomo non disdegna di mescolarsi a tutte le faccende umane e, attraverso l'armonioso suono delle campane, farà arrivare il ricordo dell'eterno e del divino a tutti coloro che si sono lì riuniti, ad esaltare le capacità dei popoli, che Egli ha creato.

Gesù che muore sull'altare per tutti, anche per quelli che di Lui non si curano, gonfi magari della loro scienza, delle loro scoperte, o che, addirittura, Lo combattono.

Gesù, Che insegna ancora la Verità attraverso coloro di cui ha detto "chi ascolta voi ascolta Me".

Questi i doni, il «prodotto» della Chiesa Cattolica, che Lo continua.

Gesù Eucaristia, il frutto della Chiesa, come già un tempo Gesù di Nazareth, il frutto del purissimo seno della Vergine Maria.

E lì all'"Expo '58", come in ogni nostra chiesa, Gesù cercherà di saziare la sete di luce, di amore, di ardimento, di potenza, negli uomini.

Gesù espone Se stesso, o meglio il suo concreto amore, e si offre per salvare gli uomini anche lì, dove tutto parla di energia atomica, di tecnica, di invenzioni, di novità. È Lui la più grande novità, l'eterna scoperta, mai scoperta; Colui Che rimarrà, anche quando nei secoli nessuno ricorderà i particolari della mostra di Bruxelles, come nessuno oggi sa il nome degli sposi di Cana.

Sta lì per non lasciare delusi, per riempire il vuoto che si creerà in molte anime - nonostante lo sciorinamento delle ricchezze più belle di oggi - quando si sarà sperimentata la vanità di tutto, anche del meglio, che non sia radicato in Dio.

Alla chiusura, in ottobre, si faranno i bilanci, le statistiche del risultato della grande mostra.

Anche Gesù tirerà i suoi conti e in Cielo si vedrà cos'ha fatto la Grazia di Dio attraverso il padiglione della Santa Sede, che oppone serenamente, ma doverosamente, la forza spirituale e divina alla ridda del materialismo, del tecnicismo, del capitalismo.

E solo in forza di Lui, molto di quello che avremo oggi osservato ed elogiato, rimarrà ad utilità ed aiuto, a soddisfazione e a conforto dell'umanità.

Mentre si camminava sulle strade sopraelevate, che collegano i vari punti dell'"Expo '58" abbiamo sentito il commento di un visitatore, fatto al padiglione della Santa Sede: "Ecco - diceva - osservandolo si vede una Chiesa giovane".

Allora ricordammo quello che vien detto, in ogni Messa celebrata anche dal più anziano sacerdote, ogni mattina, salendo l'altare: "A Dio che allieta la mia giovinezza".

 Chiara Lubich

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