Trento 1950 

Nello scritto  “Trattatello innocuo” (1950) di cui proponiamo un estratto, Chiara Lubich  offre una meravigliosa sintesi dell’esperienza vissuta agli albori del Movimento, circa la Luce, la Pace, il Gaudio e la  Vita abbondante che scaturiscono dall’abbraccio dell’Abbandonato.

Cristo crocifisso conoscevamo e null’altro. 
Esser con Lui crocifissi dalla divina volontà e specie con Lui crocifissi nei fratelli era la più bella espressione di amore al Padre: «Perché il mondo veda…» [cf. Gv 20, 21].
Puntammo lo sguardo su di Lui e ci accorgemmo che i grandi santi s’erano nutriti di Dio amando la croce. Anche noi volevamo far così. Avevamo una sola vita e breve pur quella: era bene dirigerla alla parte migliore.

Un giorno ci domandammo quale sarà stato il dolore più grande di Gesù in croce e ci parve che il grido lanciato dopo tre ore di agonia «Dio mio, Dio mio perché anche Tu mi hai abbandonato?» [cf. Mt 27, 46; Mc 15, 34], fosse il canto del cigno dell’Uomo-Dio che muore versando tutto di Sé ai fratelli. 
Aveva dato tutto: una vita di trent’anni accanto alla Mamma nei disagi, nell’obbedienza, nella dedizione. Tre anni di predicazione e d’ogni sorta di opere buone: miracoli di Luce e di Amore. Tre ore di croce dalla quale dona il perdono ai carnefici, il Paradiso al ladrone, la Madre a noi, il Suo Corpo ed il Suo Sangue – dopo avercelo dato misticamente nell’Eucaristia. Non gli rimaneva che la Divinità. Tutto era divino in Lui ciò che aveva dato. Ma la sua unione col Padre, la dolcissima ed ineffabile unione con Lui che L’aveva fatto tanto potente in terra quale Figlio di Dio e tanto regale in croce… questo sentimento della presenza del Suo Dio doveva scendere nel fondo della Sua anima, non farsi più sentire, annientare l’amore in Lui, spegnere ogni luce, far tacere la sapienza, disunirlo – almeno per sentimento – da Colui che Egli aveva detto essere uno con Lui. «Il Padre ed io siamo uno!» [Gv 10, 30]. 
S’era “compromesso” con gli uomini, fatto peccato con i peccatori, aveva firmato una cambiale d’un valore infinito, ch’Egli solo era capace di pagare, ora il Padre permetteva questa oscurità infinita, questa tenebra ed aridità infinita dell’anima, questo nulla infinito, per farlo sentirsi “maledetto” dal Cielo e dalla terra. Gesù pagava per noi. Per farci figli di Dio si privava del sentimento d’essere Lui il Figlio di Dio. Eravamo staccati dal Padre, bisognava che il Figlio nel quale tutti noi eravamo perché verbo nel Verbo e carne della sua Carne, provasse la disunità dal Padre per riunirci tutti al Padre. «Poiché piacque a Dio… per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce… le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli» (Col 1, 19-20).
È il supremo dolore, la notte oscura dei sensi, dello spirito… l’abbandono di Dio che Egli doveva sentire perché noi non fossimo mai più abbandonati. 
Egli aveva insegnato che nessuno ha maggior carità di colui che pone la vita per gli amici suoi; Egli, la Vita, poneva tutto di Sé. 

È il punto culmine: è il Redentore; la più bella espressione dell’Amore. Ama da Dio con un amore grande come Dio. Si fa nulla per far di noi tutto. Si fa noi, vermi della terra, per far noi Lui: Figlio di Dio. 
Era bello, bello, bello questo divino amante delle anime nostre estromesso dalla terra e dal Cielo, ripudiato da tutti, ridotto a cencio, a vergogna per introdurci, figli di Dio, nel Regno, coeredi con Lui, accolti da tutti, pieni della Sua luce, del Suo amore, della Sua potenza, ricolmi di dignità, altissimi. «Exinanivit semetipsum…» [«Spogliò se stesso…»] (Fil 2, 7). 
Lo amammo così, lo volemmo così, mai come in quest’istante ci apparve tanto Dio, Dio di amore che dona tutto. 
E da Lui scaturirono come da uno scrigno divino gioielli e gioielli di luce e di forza per tutti quelli che lo seguono. 
Lo vedemmo dovunque: nel fratello sofferente: ogni dolore fisico e morale e spirituale ci apparve come un’ombra del Suo grande dolore. 
Ogni dolore nostro ci apparve come un Gesù crocifisso da amare e volere per esser come Lui, per dar con la morte di noi, amata e desiderata, la Vita a noi e a molti. 
Ogni avvenimento doloroso era un volto di Lui che si abbracciava per farci uno con Lui: abbandonati con Lui abbandonato, tenebra e noia e freddo e aridità e disperazione e distacco e angoscia e fame e dolore… con Lui che queste cose impersonava. 
Ma sotto tutto ciò era Lui l’unico vero Dio, la perfetta Pace, il Gaudio pieno, la Luce… tutte cose che non sono di questo mondo. 

Anche fra quelli che s’erano proposti Dio come ideale, qualcuno ogni tanto veniva meno. Il Signore permette grandi prove quando dona grandi grazie e il primo nucleo di anime unite subiva allora una grande scossa. 
Senza l’unità era la morte, come nell’Unità avevamo la Vita. 
Ma ecco allora l’antidoto della morte: Gesù crocifisso e abbandonato. 
Chi stava nel focolare schiantato per l’abbandono del fratello comprendeva di essere in uno stato d’animo simile a Lui ed era spinto a godere di questo dolore avendo scelto Gesù abbandonato come unico Tutto. Non solo: ma vedeva nel fratello “fuori unità” un altro Gesù abbandonato da consolare, da amare e l’amore ristabiliva l’unità. 
Mentre l’Ideale [la nuova spiritualità] s’approfondiva sempre più in noi e ci era svelato il mistero dell’unità operata da Gesù in croce, attorno a noi a moltissime anime arrivava la luce e l’amore che da noi emanava.

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