Intervista a Chiara Lubich

paolo-vi 19670705Lei ha avuto occasione di essere ricevuta più volte in udienza da Paolo VI. Qual è stata l’impressione più forte che le è rimasta nel ricordo?

La più forte impressione l’ho riportata certamente durante la prima udienza. Ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte ad una persona che amava in modo del tutto particolare. Il Papa parlava parole di quella sapienza che supera tutti gli ostacoli giuridici tuttora vigenti; comprendeva, accoglieva nella sua anima tutta la complessa opera che gli presentavo. Il Papa stesso mi incoraggiò a dir tutto, perché lì tutto era possibile .
Ricordo che sentii una perfetta sintonia fra ciò che il Papa mi diceva e ciò che mi sembrava fosse venuto da Dio per l’edificazione di quest’opera. E l’impressione fu così forte d’aver avuto quasi la sensazione che quello studio, dove il Papa riceve, fosse senza soffitto e cielo e terra si congiungessero.
Se m’avessero portato di fronte a quella persona, bendata, e non avessi mai sentito la sua voce, penso che, dopo un po’, avrei affermato: «Sono col Papa».

Qual è apparsa a lei - durante questi colloqui - la tensione che maggiormente stimola l’azione del Papa?

Certamente lo sforzo di adeguarsi, momento per momento, a quella sua particolarissima vocazione all’amare più degli altri, che gli è richiesta da Gesù e gli conferisce, oltre il primato d’autorità, il primato della carità.
Il «mi ami più di costoro» chiesto da Gesù a Pietro forma il tormento, lo studio continuo di Paolo VI.
Ha detto una volta, che chi non si accontenta, durante le udienze pubbliche, di guardare lo spettacolo esteriore può arrivare a carpire un segreto che lì è presente. Questo segreto, causa di gioia e di tormento per il Papa, è racchiuso in quella sillaba “più”: «mi ami più».
Nei “Dialoghi con Paolo VI” di Jean Guitton, il Santo Padre afferma che occorre essere al posto di un Papa per capire come questa frase molto breve: «mi ami di più?» è un coltello che penetra fino alle giunture delle ossa, dei nervi, fin dentro il midollo.
Come si fa - si chiede il Papa - a sapere se si ama di PIÙ?
Ciò che conforta in questa angoscia - risponde - è che si può amare universalmente, ripetere: nessuno mi è estraneo, nessuno, anche se separato.

Qual è secondo lei l’atteggiamento caratteristico del Santo Padre verso la gente?

Paolo VI ama tutti senza paura e perciò crea già fra credenti o meno una certa unità. Si dona a tutti in maniera impressionante. Moltissimi protestanti, delle più varie denominazioni, sono rimasti colpiti dall’atteggiamento del Papa, da quell’amore che lo consuma, da quel farsi - come dice l’Apostolo - tutto a tutti. È forse anche per questo che Atenagora lo chiamava Paolo II. E questi visitatori non cattolici ne ricavano una stima unica. Paolo VI, del resto, con questo suo atteggiamento rivela la linea del suo pontificato. È il Papa del dialogo con tutto il mondo, è il Papa che vede tutta l’umanità potenzialmente come una sola famiglia, una sola nazione.
Sono convinta che per coloro che hanno qualche critica da muovere al Papa, sarebbe utile lo visitassero. La sua presenza così soprannaturalmente calda, profondamente umana, vicina a tutti, dimentica di sé, umile veramente come il servo dei servi di Dio, smonterebbe ogni perplessità, ogni dubbio.

Qual è la risposta che lei darebbe a chi giudica Paolo VI contraddittorio e incerto nelle scelte del suo pontificato? Per esempio nell’“Humanae vitae” appare conservatore, nel dialogo progressista.

Il Santo Padre non va giudicato col metro umano.
In lui come in nessuno è presente ed agisce lo Spirito Santo.
Ora lo Spirito Santo, anima della Chiesa, suscita in essa varie tensioni, che sono segno di vita, come quella tra pluralismo e verità, personalità e socialità, libertà e grazia, scienza e carità, primato e collegialità. Guardando umanamente il cristianesimo e la Chiesa, queste tensioni possono apparire contraddizioni e paradossi a volte sconcertanti. Chi invece guarda la Chiesa dal di dentro vede che lo Spirito Santo tutto armonizza magnificamente nell’unità del Corpo mistico.
La stessa cosa si può dire di ciò che lo Spirito Santo opera nel Santo Padre.
Il Papa, visto con l’occhio della verità e dell’amore, non è mai in contraddizione. Egli è fedele al deposito della Rivelazione come nessuno, e nel medesimo modo, a ciò che lo Spirito Santo ispira per il bene della Chiesa oggi. Se, ad esempio, nell’“Humanae vitae”, si avverte la fedeltà del Papa allo Spirito Santo nella Tradizione, nel dialogo col mondo si tocca con mano la fedeltà del Papa al medesimo Spirito che evidenzia i “segni dei tempi”.
In quanto all’incertezza nel prendere le decisioni osservata nel Santo Padre occorre ricordare che la barca di Pietro non porta la pacifica Chiesa trionfante, ma quella terrena ed è sbattuta da tutti i possibili venti di questo mondo.
Il Papa deve prendere le sue decisioni in nome di Cristo che rappresenta, in mezzo ad un concerto massacrante di voci che premono quasi sempre in senso contrario alla religione.
Perciò la prudenza non è mai troppa.
Paolo VI non è incerto, come umanamente s’intende, ma prudente. Lo dimostra il fatto che è estremamente coraggioso, per esempio, nell’affrontare l’impopolarità pur di rimanere nell’amicizia di Cristo e dei suoi, che non sono del mondo.
Prudenza, coraggio, amore universale sono le più preziose qualità per chi deve governare, servendo, l’umanità.

Chiara Lubich

Trascrizione

(Città Nuova, n. 18, 1977)

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