Culto, Liturgia, e Comunità unita, nella ricorrenza del Concilio Vaticano II.
Questo testo è tratto in parte da un diario di Chiara Lubich del 4 maggio 1968.

«Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» [Mt 5,23-24].
Il culto divino e l’amore dei fratelli che compone e ricompone l’unità fra essi non possono essere assolutamente disgiunti.
Se una comunità non si «realizza» in Cristo, nella piena comunione, è evangelicamente inadatta a presentare a Dio un degno culto. In questi ultimi tempi il Concilio ha risvegliato questo senso della comunità unita; e lo Spirito Santo, soffiando in vari modi, ha fatto riscoprire il Vangelo della carità.
Ma quale bisogno ne avevamo noi cristiani!
Ecco perché sovente sentivamo di non comprendere in tutto il suo valore la liturgia.
Noi siamo per lo più eredi di una religiosità individuale, dove non si bada troppo alla carità reciproca nella comunità; e pur restando nell’anima quel certo senso del mistero che circonda le grandi azioni liturgiche, c’è anche l’incomprensione ed il senso di vuoto per alcune, ridotte a volte a forme senza sostanza. Tutto ciò perché il cristianesimo è spesso snervato della sua forza vera: la carità.
E poi, quale ricchezza d’esperienza liturgica ci potremmo attendere da un popolo di Dio veramente unito! Il volto della Chiesa risulterebbe bello in tutto il suo splendore ed attirerebbe il mondo, come un giorno Gesù le folle.

(da Saper perdere, Città Nuova, Roma 1969, p. 78)

Testo

Da: Saper perdere, Città Nuova, Roma 1969, p. 78

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